martedì 17 aprile 2007

01 Introduzione e nota


Introduzione

Molti personaggi famosi, come ad esempio Indro Montanelli, ci hanno trasmesso, in maniera altamente lirica, la problematica che li ha accomunati nella loro mancanza di fede e che è stata espressa unanimemente con la consapevolezza di una profonda ingiustizia che sembra abbia tolto alla loro vita, specialmente nel momento del rendiconto finale, ogni senso.

Anche a me è successo lo stesso ed anch’io mi sono spesso rivolto al Signore con un certo risentimento, sommesso s’intende, perché mi ritenevo esente da quella generosità con la quale viene effusa generalmente la Fede in tutti gli uomini, ma che sembrava elargita, secondo la mia esperienza personale, con apparente discriminazione.

Soltanto dopo grande sofferenza psicologica e profonda maturazione razionale, sono arrivato alla conclusione che la proclamazione della fede deve essere soprattutto un atto di volontà libero e responsabile.

Sono stato io a fare il primo passo verso il Signore con un atteggiamento di apertura mentale, con l’accettazione fiduciosa della Sua Parola e, non ultima, con la considerazione della ragionevolezza delle sue Testimonianze. La mia libertà di scelta, però, non sarebbe stata efficace se non fosse stata incoraggiata da quella forza divina, ineffabile ma presente, che è la Grazia.

Succede la stessa cosa ai sacerdoti quando imboccano la strada della loro vocazione, come sta magistralmente scritto: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga" (Giovanni 15,16).

Nota

Questa serie di riflessioni non ha assolutamente nessuna pretesa culturale, ma vuole essere semplicemente la “confessione” di un percorso spirituale lungo e faticoso che ha portato finalmente alla fede.

Tutte le contraddizioni che vi figurano rappresentano i mutamenti delle prese di posizione personali di fronte alla religione cattolica ed i cambiamenti continui dello stato d’animo di un fragile uomo adulto che, per fare chiarezza nella propria anima, ha dovuto penosamente vagliare ogni specifico ed emergente pensiero con la ragionevolezza del “mistero”.

E’ una testimonianza di fede che spero possa aiutare tante persone incredule.

lunedì 16 aprile 2007

14 Professione di Fede

Dopo qualche anno, finalmente, il percorso peregrino si “arresta” al Santuario dell’ Amore Misericordioso di Madre Speranza a Collevalenza (Todi). Qui ho conosciuto il Bene nel Male, la grandezza di Dio nella mia piccolezza. La vincita della paura con la totale fiducia nel Signore.

Ho personalmente sperimentato che la fede non può sussistere senza la fiducia: che la fede può essere un atto razionale, ma la fiducia è un’azione totalizzante che coinvolge completamente nella praxis la spiritualità e la fisicità dell’uomo.

Don Francesco Saverio è un omone grande e grosso, sorridente, sereno, accattivante. Ti infonde tranquillità e fiducia. Una persona umile che porta avanti la sua missione sacerdotale con zelo e con dedizione totale specialmente del proprio tempo “libero”. Dona ciò che non ha: il tempo libero.

E’ un carismatico ed in sua presenza accadono fatti sconcertanti: le persone che non possono sopportare lo Spirito, da lui catalizzato, del Signore danno in escandescenze e devono essere portate via a forza come sacchi di patate.

Ho visto con i miei occhi ed ho avuto paura per il mio animo nel Santuario di Collevalenza, ma ho avuto anche la possibilità di riflettere attentamente e di pregare con più concentrazione: non tutto il male viene per nuocere

"Tu vedi l'affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell'orfano tu sei il sostegno. Spezza il braccio dell'empio e del malvagio" (Salmo 9,35).

"Veglierà su di lui il Signore, lo farà vivere beato sulla terra, non lo abbandonerà alle brame dei nemici" (Salmo 40,3).

Ho visto che il Bene può nascere anche dal Male.

Basta fare il vuoto nel nostro cuore e prepararlo per ricevere ciò che è urgentemente edificante.

"Il vuoto dentro di me è accettare il Signore che agisce in me: piccola via della fiducia e del totale abbandono" (S. Teresa di Gesù Bambino)

Occorre superare gli egoismi e costruire l’unità sulle ceneri del nostro amor proprio, far prevalere la nostra umiltà.

Basta ricordarsi della nostra piccolezza e sforzarsi di dimenticarsi almeno qualche volta di “accomodare” la Parola del Signore alle nostre esigenze umane:

"Rinuncia alle cose, non metterle in cima ai tuoi pensieri, perché il dramma delle cose è che hanno un fondo e il loro fondo è vuoto. Rinuncia alla logica dell'avere di più, in questo mondo disponibile a tutti i commerci, e a tutte le vendite, disponibile perfino a vendere uomini e bambini. Più ancora, rinuncia a questo sistema disposto a fare del denaro la misura ultima del bene e del male". (padre Ermes Ronchi)

Basterebbe cambiare noi stessi per interrogarci e non cambiare le carte in tavola per giocare a scarica-barile con la Verità, per non allinearci all’opinione dominante con la nostra passiva omologazione.

Dicono che i vigliacchi chiudono gli occhi per non vedere; ebbene, io li ho chiusi per vedere meglio, nella profondità della mia anima, per non essere distolto dalla soglia della razionalità, per avere un incontro forte con il Signore, per superare i rischi di appiattimento di ogni mediocre abitudine.

Il lavacro.

La sala di purificatrice astanteria.

L’attesa dell’immersione nella vasca dell’acqua miracolosa, almeno dicono, dura moltissimo. Il luogo è accogliente e saturo di serena pazienza. La gente è per un verso pensierosa perché non sa cosa l’attende e per l’altro speranzosa perché sa che forse ci sarà un “incontro”. La preparazione si svolge nella preghiera e nella predisposizione dell’ animo all’ attesa della personale esperienza. Poche frasi, pochi pensieri, pochi commenti trapelano da chi ha già provato la gioia dell’immersione, di un nuovo battesimo.

Ebbene, la preparazione spirituale e spontaneamente corale dei presenti ha provocato un’attesa costruttiva che mi ha fatto ripetere coscientemente la sacralità del battesimo.

Il lavacro mi ha fatto piangere come un bambino disperato perché si sente abbandonato. Singhiozzavo convulsamente e piangevo copiosamente. Ma al tempo stesso mi sentivo bene, mi sentivo amato, mi sentivo perdonato. La purificazione era in atto: forse avevo dimenticato dei peccati nelle mie confessioni, forse l’accidia e l’invidia, i falsi comportamenti erano ancora latenti nel mio animo, ma la mia aura maligna si stava certo dissolvendo.

"Il Battesimo è la morte del peccato, è la rinascita dell’anima il vestito splendente, il sigillo infrangibile, il veicolo che porta al cielo" (S. Basilio)

"Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù" (Romani 6,4-11).

Uscito dall’acqua, come rinato, mi sono avviato per rivestirmi, non per asciugarmi perché dopo appena un minuto ero già asciutto: provare per credere!

Ero sereno, contento, pregavo ancora il Signore.

Quando d’improvviso l’orrore e il terrore mi assalgono: dietro la tendina, ad un metro o due da me, c’era un’altra persona che stava per essere immersa nell’acqua: non la vedevo perché non volevo vederla, ma la sentivo: sembrava che usasse un altoparlante e che inveisse proprio contro di me per terrorizzarmi. Urla, strepiti, bestemmie! E’ stato quello il momento in cui mi sono ritrovato inaspettatamente calmo, fermo nel proposito della preghiera, grato al Signore per la Sua protezione, in cui credevo già fermamente: il primo atto di fede, spontaneo, totalizzante per la fiducia piena che ormai riponevo nel Signore.

"Perché il Signore ama la giustizia e non abbandona i suoi fedeli; gli empi saranno distrutti per sempre e la loro stirpe sarà sterminata" (Salmo 36,28)

"Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita con il braccio farà loro da scudo" (Salmo 120,7)

"Gioiscano quanti in te si rifugiano, esultino senza fine. Tu li proteggi e in te si allieteranno quanti amano il tuo nome" (Salmo 5,12).

"Volete confondere le speranze del misero, ma il Signore è il suo rifugio" (Salmo 13,6).

"Pietà di me, pietà di me, o Dio, in te mi rifugio; mi rifugio all'ombra delle tue ali finché sia passato il pericolo" (Salmo 56,2).

"In te mi rifugio, Signore, ch'io non resti confuso in eterno … Sono parso a molti quasi un prodigio: eri tu il mio rifugio sicuro" (Salmo 70,1-7)

"Nel timore del Signore è la fiducia del forte; per i suoi figli egli sarà un rifugio" (Prov. 14,26).

Il mio Magnificat personale.

13 Verso la Fede

"Nell'Antico Testamento mandai al Mio popolo i profeti con i fulmini. Oggi mando te a tutta l'umanità con la Mia misericordia. Non voglio punire l'umanità sofferente, ma desidero guarirla e stringerla al Mio Cuore misericordioso" (Q.V,155 Diario di Suor Maria Faustina Kowalska) Santuario della Divina Misericordia – Cracovia-Lagiewniki.

Il mio percorso di fede ricomincia e lo rinnovo con ritrovata vitalità dal momento in cui ho potuto essere plasmato dalla scarna e nuda accoglienza del Santuario della Divina Misericordia a Cracovia.

Ho vissuto pochi momenti di intensa partecipazione. Punte di icebergs che testimoniavano soltanto gelo, ma che non potevano oscurare alla fine improvvisi attimi di luce e di bagliori edificanti. Come quando si legge un libro per addormentarsi: lo percepisci e lo godi nell’immediato e ne trai arricchimento nello specifico momento, ma poi al risveglio, tutto è dimenticato: resta però la sensazione piacevole e insostituibile di un effettivo appagamento culturale.

Sempre in Polonia, al Santuario della Madonna Nera di Czestochowa recepisco nuovi impulsi che mi portano a riesumare dalla mia coscienza la fertilizzante cognizione di “paura”, totalmente rimossa, delle latenti forze maligne.

Già nel protovangelo, Gen.3,15, si erge maestosa la figura di Maria nella condanna di Dio al serpente-demonio: “Io porrò inimicizia tra te e la Donna, fra il seme tuo e il Seme di lei. Egli ti schiaccerà il capo e tu lo insidierai al calcagno”. Maria è la Donna, vestita di sole, privilegiata vincitrice, che insieme a Cristo trionferà su Satana riaprendo a noi quel Paradiso che Eva ci aveva precluso, poiché la Misericordia Divina ci dona ancora la possibilità di aspirare di nuovo al Cielo".

Non per nulla Giovanni Paolo II ha più volte richiamato l’attenzione dei fedeli alle insidie del maligno e ha riconfermato solennemente il culto della Vergine

Soltanto dopo grande sofferenza psicologica e profonda maturazione razionale, sono arrivato alla conclusione che la proclamazione della fede doveva essere soprattutto un atto di volontà libero e responsabile.

Sono stato io a fare il primo passo verso il Signore con un atteggiamento di apertura mentale, con l’accettazione fiduciosa della Sua Parola e, non ultima, con la considerazione della ragionevolezza delle sue Testimonianze. La mia libertà di scelta, però, non sarebbe stata efficace se non fosse stata incoraggiata da quella forza divina, ineffabile ma presente, che è la Grazia.

Il mio atto di volontà è stato una decisione diacronica. E’ durato sei anni.

E’ stato un percorso di fede che ha toccato le tappe della momentanea rassegnazione e della sfiducia, ma che non si è arrestato mai, nella speranzosa ricerca dell’ineffabile gratuità: indomabile prometeico sconfitto.

"La vita avanza per una passione, non per una o molte rinunce, non a colpi di sacrifici. Non s'impara se non ciò che si ama" (Goethe).

Eccola, la prova teorica che mi aspettava al varco: vagliare le mie aspettative razionali.

Provocare la mia fallibilità logica sulle auspicate argomentazioni razionali al riguardo della fede: la ricerca di valide motivazioni per la fede sarebbe stata inutile per un credente, come superflua lo sarebbe stata per un “incredulo” come me!

Si è sempre sostenuto che la fede non ha radici nel campo intellettivo, ma nasce e si sviluppa nel campo sentimentale dell’anima umana: nel suo sub-conscio, e da qui, dalle abissali profondità inesplorate dell’animo, sgorgherebbe come un flusso di sentimenti da rivolgere, con fiduciosa aspettativa, verso il trascendente, l’infinito.

E’ vero, come credente non posso dimostrare niente e come incredulo neppure.

Posso soltanto dare libero accesso a quella vena inesauribile e congenita di semplice “religiosita” che mi si affaccia davanti al volto e mi sovrasta come un “homme-lette”, come avrebbe detto Jacques Lacan.

Posso soltanto realizzare, con la mia volontà, caparbietà e determinazione, quell’aspettativa non razionale, ma ragionevole, che deve essere soddisfatta ormai improrogabilmente.

E’ il mio libero arbitrio che mi coinvolge totalmente e che mi spinge ad esercitare un’opzione definitiva che, spero, dovrà influire irreversibilmente nel flusso della mia vita: il libero assenso, sotto la mia personale responsabilità.

Adam, con orgoglio, ha dato senso al dissenso ed io con altrettanto orgoglio e determinazione dò senso all’assenso: quello stesso consenso che mi ha fatto accettare in toto lo “splendore della verità”.

Si riaffaccia spontaneo e in cerca di una definitiva collocazione razionale quel concetto “numinoso” di fede che sovrasta ogni umana azione e che influisce profondamente su ogni momento di autentica realizzazione della personalità: con o senza fede, il mio comportamento è stato quello che avrei dovuto osservare come se fossi stato realmente sotto l’influenza benefica di una fede proclamata.

La fede aveva già fatto il suo corso nella mia anima, senza che me ne fossi reso conto, perché il Signore mi aveva già eletto ed aspettava, paziente e sorridente, che me ne rendessi consapevole: aspettava l’azione marginale della mia volontà.

"L'uomo diventa ciò che ama, ciò che contempla con gli occhi del cuore. Fissando lo sguardo su Cristo, diventerò non un uomo dimezzato, ma, come Lui, un pacificato che diventa pacificatore, pane per la fame e vino per la festa, forse un frammento di stelle dentro le vene oscure del mondo" (Padre Ermes Ronchi).

Ecco cosa voleva significare Gesù quando diceva: chi ha orecchi da intendere, intenda.

Voleva semplicemente dire che è inutile e controproducente fare la politica dello struzzo.

"La volontà che trova più piacere in un oggetto che nell’altro, distoglie l’intelletto dall’osservare le qualità di quegli oggetti che non ama punto vedere" (B. Pascal, Pensieri 99).

La volontà, quindi, esercita il proprio influsso prima ancora di aver timidamente intrapreso qualsiasi aleatorio percorso di fede, perché ogni umano consenso proviene principalmente dalla libera azione di “porgere orecchio”, saper ascoltare ciò che corrisponde alla nostra, seppur inconscia, aspettativa.

Mancava ancora qualcosa, e non sapevo cosa, per realizzare in pieno la mia aspirazione.

"Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il 'Dio-con-loro'. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate" (Ap 21,3).

Mancava forse la prova pratica: il Dio-con-noi, l’Emmanuele.

12 Cammino spirituale

"E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Giovanni 1,14).

Leggendo un testo, non mi ricordo né quale né di chi, mi colpì molto una frase che parlava della vittoria della Misericordia sulle miserie umane e questa mi rimandò immediatamente ai Pensieri di Blaise Pascal che avevo dimenticato ormai da una vita:

"La grandezza dell'uomo è così evidente che si ricava perfino dalla sua miseria, perché quello che per gli animali è la natura, nell'uomo lo chiamiamo miseria; da ciò riconosciamo che, se oggi la sua natura è simile a quella degli animali, egli è decaduto da una natura migliore che un tempo era la sua.

Ciò che fa grande la grandezza umana è che si riconosce miserabile

Riconoscersi miserabili significa dunque essere miserabili, ma riconoscersi miserabili significa essere grandi.

Anche tutte quelle miserie provano la sua grandezza. Sono miserie da gran signore".

Il passaggio da queste considerazioni al peccato originale è stato breve.

Adam, l’uomo, il protetto nell’edenica bambagia che si stanca della sua remissività e si rende conto che può fare appello al suo senso “risvegliato” di libertà, osa escludere il Signore dal suo raggio d’azione: lui è il primo bestemmiatore dello Spirito Santo, il coniatore dell’ aversio a Deo, con piena consapevolezza, sosta nella via del Signore per meditare sull’inversione di marcia che gli viene proposta in alternativa e decide di troncare il rapporto col Signore. Il primo peccato di superbia e di arroganza commesso dall’uomo con deliberata decisione di disubbidienza: "diventereste come Dio conoscendo il bene e il male" (Genesi 3,5)

Un peccato da grande signore: da paràbasis ad asebèia.

Dalla trasgressione ricercata alla più abietta empietà.

Un peccato irreversibile, il primo dei peccati veri: i letalia agostiniani.

La dignità umana si erge maestosa sulle miserie a tutto campo: la sofferenza è il prezzo della libertà, del libero arbitrio, di quella capacità decisionale che il Signore non aveva offerto all’uomo per burla, ma per vedere dove arrivava la padronanza di se stesso, il suo coraggio, la sua determinazione ed ancora la sua testardaggine: sicuramente alla riedita figura del Sisifo eroe che, incurante di ogni significante ridondamento, riafferma la sua vocazione materialistica della vita per la vita, ad libitum.

"Audere semper" è ciò che ci permette il Signore: la libertà di soccombere sotto l'aspirazione al potere, di cadere sotto il peso delle tentazioni. Quella libertà che ha fatto costruire il vitello d'oro agli ebrei affascinati dai culti sessuali della fertilità, quella stessa libertà, però, che ha permesso al Dio-uomo di scegliere di rimanere uomo-tra-uomini, misero-tra-miseri, superando le tentazioni, per insegnare che

"non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Matteo 4,4).

E così, il Signore come poteva, nella sua misericordia infinita, non premiare tanta audacia!

Nel Suo infinito Amore, come poteva il Signore abbandonare quella figura prometeica che continuava a superare giornalmente con il suo dolore ancora la soglia del sacro e del profano: tragedia quotidiana da cui emergeva ininterrottamente il memoriale dell’ eroica sfida umana che si esprimeva, così come oggi, in quel percorso irto di difficoltà che deve essere imboccato per la ricerca di quell’emancipazione dall’ autorità, paterna o di che altro si tratti, che sola può dare valore alla dignità umana.

Ed il Verbo si fece carne e si addossò tutte quelle colpe, quei fallimenti, quei peccati che non potevano essere altro che miserie da grande signore: un lavacro di sangue che ha cancellato con un solo colpo di spugna la pena umana eterna. L’umiltà di Gesù e il suo salvifico dolore tracciarono definitivamente la strada della riconciliazione. E l’uomo ha saputo cogliere quest’occasione perché il suo animo ferito, la sua dignità calpestata dall’ altro-stesso, il mancato raggiungimento del fine teleologico della vita, il fallimento dell’economia materialistica, lo hanno irrimediabilmente logorato. Non poteva mancare a quell’appuntamento che si è realizzato nel “già e non ancora”, nell’avvento del Regno e si sta realizzando tuttora nel corso della storia del mondo: Il Verbo è entrato nella storia, l’ha assunta in sé per obbedienza al Padre, fedele nell’Amore, incurante delle prevaricazioni dell’umanità.

E l’uomo, nella sua nuova grandezza, nell’umiltà più rigorosa, ha saputo ricostruire una nuova immagine di “sposa” sulle rovine di quella figura di “rottura” personificata da Eva.

"Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna" (Gen 2,24-25)

erigendo quel sublime monumento di spontanea adesione alla divinità: la Chiesa terrena, la nuova figura di Madre-Sposa, la ricostruzione di una nuova famiglia terrena che sappia riconquistare la grazia santificante.

"Crediderat Eva serpenti, credidit Maria Gabrieli" (De carne Christi, Tertulliano).

La Madre-Maestra, profetica predicatrice, auto-purificantesi, testimone della Parola e depositaria dei “segni” della riconciliazione.

E’ un grande signore l’uomo quando ha il coraggio di confessare le sue colpe, perché prima di renderle “pubbliche” le ha individuate con grande pena nella profondità della propria anima, perché ciò significa che ha tuttora la facoltà della consapevolezza del senso del peccato.

"Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di Te" (Luca 15,18)

"Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa" (1Giovanni 1,9).

"Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa" (1Giovanni 3,19-20).

"Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi" (Salmo 50,5).

Perché ora sa che senza Dio non c’è speranza e soltanto il senso di Dio può dare senso alla sua vita e può permettere di riappropriarsi di quella coscienza morale senza la quale ogni frattura dell’animo porta inevitabilmente a fermenti mortali.

11 Ricerca della Fede

La riconciliazione ha avuto un effetto benefico sulla mia anima, ma non è riuscita a fugare in maniera definitiva i dubbi emergenti dalle mie fantasie indagatrici, frutto di una educazione radicalmente razionalistica: retaggio culturale prevalentemente scientifico che si concilia male con la fede.

Sono riuscito a mantenere una costante frequenza nel seno della Chiesa, comportandomi da buon cattolico praticante, attenendomi ai canoni prescritti e partecipando metodicamente a tutti i rituali liturgici. Ma questo non poteva bastare: ero uscito dalla Chiesa quasi trent’anni fa perché non ero riuscito a superare le stesse difficoltà che ora mi si ripresentavano ancora più urgenti e più difficilmente superabili.

E’ vero che ormai avevo introiettato spontaneamente quei sani principi della morale cristiana e che, finalmente, erano stati da me accettati in maniera definitiva. E che la mia coscienza si sarebbe inquietata automaticamente in presenza di un atto difforme dal bene e che la padronanza di me stesso mi avrebbe permesso di individuare ogni possibile errore, avvisandomi con sintomatici disagi interiori. In teoria, s’intende perché superare il dilemma che ha esasperato San Paolo, anche ad un’anima neofita ed attenta non sarebbe stato facilmente possibile: "Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene ma non la capacità di attuarlo. Sono uno sventurato! Chi mi libererà?" (Rm 7,15-25).

Sola fides sufficit, non è mai stato, inoltre, il mio motto, né ho mai pensato lontanamente di condividere il pensiero di F.X. Durwell: “davanti al mistero dell' Eucaristia, dove l'amore si presenta alla fede, questa sola mi basta perché mi dischiude il mistero travolgente dell'amore di Dio, mi sazia nella contemplazione e mi estasia di tale amore”.

Ho sempre nutrito la consapevolezza che esiste una profonda ingiustizia che ha sempre determinato una discriminazione nell’ effusione della fede negli animi delle persone ed ho sofferto molto per la mancanza di generosità che il Signore ha avuto, in tal senso, nei miei confronti. Anzi, me ne sono rammaricato sempre anche nelle mie preghiere: avere una fede forte, irremovibile, inattaccabile dalle contrarietà, sarebbe stata una grande gioia!

Per ottenerla, questa fede, ho cercato fino all’ultimo, à bout de souffle, ma è stato quasi invano. Era una fede ballerina che mi sosteneva per poco tempo e che mi lasciava in balia perfino dei dubbi più effimeri.

L’ho cercata nei luoghi più reconditi e in quelli più altamente rappresentativi della cristianità.

Ho visitato i Santuari più famosi, le Chiese più amate dai fedeli e frequentato i personaggi più carismatici della Toscana.

Ho fatto numerosi pellegrinaggi: Santuario dell’Immacolata Concezione a Lourdes, Santuario Nostra Signora di Fatima, Santuario della Madre di Dio, la Madonna Nera, a Jasna Gora-Czsestochowa, Santuario della Divina Misericordia di Suor Maria Faustina Kowalska a Cracovia-Lagiewniki, Santuario de I cavalieri dell’Immacolata di Massimiliano Kolbe a Warsawia- Niepokalanów, Santuario della Casa Santa di Loreto, Santuario della Madonna di Montenero a Livorno, Santuario della Madonna dei tre fiumi a Ronta (Firenze), Santuario di Santa Rita da Cascia a Cascia (Terni), Santuario di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo.

Gli stimoli erano potenti, ma non sono stati sufficienti.

Mi sono riconvertito volta volta, ma volta volta ricadevo nell’ apatia indotta da un’ implacabile insicurezza, nell’incoerenza, nell’ abbandono sintomatico (quasi una mania di persecuzione), nell’incredulità più stolta e più mordace.

Il carisma dei miei interlocutori ufficiali si affievoliva moltissimo davanti ai miei quesiti che non erano superficialmente “interlocutori”, ma che esigevano, anche se ingenue, “certezze”.

Restava il conforto innegabile, irrinunciabile: la mia pietra miliare; la pietra d’inciampo.

" … Israele, che ricercava una legge che gli desse la giustizia, non è giunto alla pratica della legge. E perché mai? Perché non la ricercava dalla fede, ma come se derivasse dalle opere. Hanno urtato così contro la pietra d'inciampo, come sta scritto: Ecco che io pongo in Sion una pietra di scandalo e un sasso d'inciampo; ma chi crede in lui non sarà deluso" (Rm 9,32-33).

"Dice il Signore Dio: «Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra sceltaangolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non vacillerà" (Isaia 28,16).

"Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare" (1Pietro 2,7).

La Metanoia.

La mia confessione, il sacramento che avevo accettato.

Come ero riuscito a cambiare la mia vita, con il cambiamento del mio cuore, con la penitenza nel senso di conversione e di passaggio dalle intenzioni alle opere, lontano da ogni comodo luteranesimo, potevo sperare che il Signore si degnasse di concedermi quella grazia santificante che andavo cercando con tanto ardore.

Cosa potevo fare: più che spogliarmi del vecchio uomo e superare la mia carnalità e tendere indegnamente ma con sincerità e determinazione ad un nuovo stato di concordamento unitivo dove, sempre meno, restava posto alle attrattive mondane e con il quale potevo finalmente aspirare a realizzare quella unità che S. Paolo auspicava e che vedeva come un miraggio: abbattere i bastioni (von Balthasar), ristabilire l’alleanza, indebolire, anche se piano piano e come una goccia (gutta cavat lapidem), ridurre fino a frantumare quel muro di separazione che erige il peccato tra gli uomini, e non solo.

"… io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra … Sono uno sventurato…. Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato" (Rm 7,14-25).

L’ Adepto.

Riconciliato con la Chiesa, riconvertito nel cuore, in ascolto della Parola e vittorioso sul peccato, antico e riconosciuto, attento e diffidente per non ricadere nell’indifferenza, nella disubbidienza, aspettavo invano un segno che potesse dare senso alla fedeltà della mia parola.

La Karis.

Non riuscivo ancora a “confermare” totalmente il mio nuovo ruolo, ad accettare con riconoscenza e con fiducia la gratuità spontanea del Signore, non ancora efficace nei miei confronti, e neppure sufficientemente accolta.

L’ Eusèbeia.

Come potevo corrispondere con la mia pietà al mistero della pietà!

" … grande è il mistero della pietà: Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria" (1Timoteo 3,16).

Come facevo ad abbassare la soglia della mia razionalità così tanto da assorbire totalmente il Kerygma e riuscire definitivamente a contemplarlo nella mia anima: non bastava il mio comportamento, prevalentemente corretto, che traeva forza spirituale dalla considerazione possibilistica che quell’incontro metà-fisico, quel mysterium pietatis, ragionevole e pur contraddittorio per la mia coscienza, potesse farmi condurre una vita umanamente corretta senza far “precipitare” quell’evento epifanico …. nella materialità più corrotta:

" … veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Giovanni 1,9-11).

Non bastava accettare quel messaggio di salvezza nella sua accezione più “numinosamente” junghiana senza sconfinare nel più oscurantistico arianesimo?

"A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome" (Giovanni 1,12).

10 Riconciliazione

"Fa’ ritorno all'Altissimo e volta le spalle all'ingiustizia; detesta interamente l'iniquità" (Sir 17,21).

Quella stradina erta e stretta che sembrava parallela alla via della vita, in realtà andava in tutt’altra direzione. C’era una svolta inattesa, un’inversione di rotta che sola mi avrebbe portato all’appuntamento finale dove mi sarei riconciliato con la Chiesa celeste.

"Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà" (Giacomo 4,10).

Qui si è compiuta definitivamente la trasfigurazione allegorica e personale del “porco” in “pecorella smarrita”, poi in “pecorella ritrovata” e, finalmente, in “perla”.

Qui è stata soddisfatta la nostalgica speranza di ritorno alla comunione ecclesiale e si è finalmente realizzata quella risolutezza insperata e quell’ardore coraggioso che hanno contribuito alla denarcotizzazione della mia coscienza: il fermento di morte insito nella frammentazione della coscienza, distolta e dissolta dal peccato, si è sinergicamente trasformato, grazie alla sofferta conversione, in una capacità timidamente percettiva del senso ritrovato della vita e dei fondamenti di una riconquistata moralità.

Insomma, sono riuscito dopo trent’anni a scoprire l’acqua calda: il vero peccato dell’uomo che onestamente si ritiene un “giusto” si estrinseca proprio nella perdita del “senso del peccato”; così come la più grande astuzia del maligno è quella di farci credere che il male, nella sua personificazione, non esiste.

Ed una volta compreso che l’amore è più potente del peccato e più forte della morte, l’unica possibilità che mi rimaneva per superare il passaggio da pecorella “smarrita” a “ritrovata” era ormai l’acquisita convinzione che quell’amore dovevo meritarlo.

Non c’era via di scampo. Il bivio al quale la mia ricerca mi aveva portato, ormai non mi presentava più alternative: si era definitivamente trasformato in un nuovo senso di marcia. Sia che mi considerassi come il figlio prodigo, assente e poi presente, che come il fratello maggiore, presente e poi assente, non potevo imboccare che una sola strada, per portare a compimento quel percorso, controverso e paradigmatico, ormai indelebilmente tracciato nel mio animo: quella della riconciliazione. Sia che mi considerassi ancora un giusto che un povero peccatore, l’unico passo da fare era la confessione: una autentica, profonda, sofferta confessione anche di quei peccati che potevano sembrare apparentemente dimenticati.

Come figlio prodigo nell’ansia spasmodica della mia riconversione, nella richiesta attenta del perdono, nell’aspettativa del riconoscimento filiale, dell’abbraccio misericordioso.

Come figlio maggiore, perché ho sempre considerato la superficiale correttezza del mio comportamento come modello valido su cui misurare i valori morali della mia vita: un figlio sempre presente, almeno fisicamente, e nell’osservanza acritica della morale sociale consolidata, ma che, nonostante la sicurezza di me stesso e il riconoscimento dei miei meriti, ho sempre inconsciamente sofferto, come Giona, della benevola elargizione misericordiosa e della pietosa indulgenza che il Signore ha sempre riservato a chi, secondo il mio metro, non lo meritava.

Pentimento, riscatto, riabilitazione non potevano essere bypassati né da un figlio peccatore pentito, né da un figlio inconsapevole e immeritatamente privilegiato.

Ora non avevo più né dubbi né scuse: era arrivato il momento fatidico della mia personale rivelazione: figlio prodigo irriconoscente, figlio amato irriconoscente, figlio perduto e ritrovato, riconoscente.

Non era più tempo di omertà: ho aggredito il confessore con il mio dolore.

La vergogna, la mirata umiliazione e la ricercata espiazione manifestate davanti al “pastore” terreno e subite simultaneamente erano la conseguenza esasperata di una indagine interiore durata settimane, faticosa e implacabile che mi sono forzato a svolgere nel setacciamento dei meandri del mio animo, al vaglio di una nuova visione della vita e alla luce di nuovi parametri di valutazione della morale ritrovata.

Ritorno nel passato.

Intraprendere a cuore non leggero un esame di coscienza che copra un arco di vita di 25 anni, è un’impresa veramente ostica e mette a dura prova il carattere e la sincerità della persona.

Dopo il primo tragico impatto, che descriverò in seguito, i peccati mi uscivano dal cuore fluidamente e via via che lo stimolo di purificazione si faceva intenso e deciso, più mi sentivo leggero.

La confessione ha reso finalmente il mio animo limpido e leggibile, con occhi nuovi su un animo nuovo, come un libro aperto. Non occorreva più nessuna capziosa decodificazione per capire il bene e il male. La Veritatis Splendor mi bastava, ormai.

Ritorno dal passato.

Ero ormai un semplice timorato di Dio, come “quello” di una vita fa.

L’impatto.

Davanti a quello sconosciuto pastore di anime che il destino ha voluto affrontassi de visu in un confessionale aperto, il cuore ha cominciato a fibrillare: non perché avessi vergogna di lui, ma perché ne avevo tanta di me! Mi batteva così forte che sembrava uscisse dal costato, come se una mano invisibile volesse estirparmelo per incominciare drasticamente a purificare il mio corpo dal di dentro.

Il sudore freddo e il pianto sommesso, liberatorio, la passione, il dolore del pentimento, l’aspettativa del perdono o del rifiuto, mi hanno svuotato la mente e mi sono sentito tutt’uno con “quello” che era stato già là nel Santo Sepolcro, abbandonato, per pochi minuti che erano una eternità

" … davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo" (2Pietro 3,8)

nella più totale disperazione. La stessa gelida e convulsa sensazione. Il dolore psico-fisico di quei pochi minuti si ricollegava così fortemente e saldamente a quello rievocato della Sacra Nicchia da formare una sensazione sinergicamente più forte e progressivamente più acuta.

Ho rivissuto quel momento, quella durata di tempo, fatta di frammenti di anima, accumulando strazio su strazio: memoriale di una passione che si rinnova in eterno.

Tutto il mio corpo piangeva sotto una pioggia di emozioni indefinibili, ma fortemente dissolventi: si stava verificando uno sdoppiamento della mia personalità che stava scomparendo e ricomparendo, come nella fase dello specchio, lo schermo dove ombre di nuove immagini si stavano accavallando, accoppiando all’evanescenza in atto la graduale comparsa di altre immagini e ricomponendomi specularmente, come in un incubo.

Ero ombra di me stesso che scivolava vischiosa in un mondo di tenebre in un pallido alone di grigiore sotto un unico sbiadito raggio di luce: come una conchiglia violata con un oggetto esterno.

Il calore umano mi si gelava addosso. Era un calore impuro; mi sentivo fasciato come da una coltre di nebbia (velo di Maya?) che mi isolava dal contesto per non permettermi di contaminare la sacra nicchia.

Ero stremato, madido di un sudore freddo che mi faceva venire la pelle d’oca.

Non ero teso, ma passivo, inerme, in preda alle palpitazioni e irrorato da lacrime convulse che mi graffiavano il volto.

Non ero né morto né vivo, ma neppure indifferente.

Ero lo spettatore di me stesso.

Tutto il mio corpo, anzi la mia anima, era come un corpo estraneo, insinuatosi casualmente in quel sacro luogo, attaccato come da degli “antigeni” in agguato.

Mi si cristallizzava attorno una nuova epidermide per occultarmi: l‘indegno.

Involuto in me stesso, trasudavo, come brina gelida: vergogna, angoscia, delirante pentimento.

Io deturpavo con la mia presenza improvvisa, dopo tutte le assenze ingiustificate di tutta una vita, un luogo sacro.

Lì non c’era posto per il male e per nessun contenitore del male: nessun vaso di Pandora.

Il lamento del mio involucro esteriore, l’umore purificatore che usciva dall’ empietà materica, mi ha fatto sentire crisalide di me stesso.

L’intruso. Il precluso. Il paria. L’immondo. Il corpo da depurare

Lo scioglimento del gelo del cuore, come dissolvimento di un corpo impuro,

mi ha fatto subire una trasfigurazione.

Il pianto, il sudore, gli umori della passione, le scorie di una vita senza senso, mi si sono cristallizzati addosso per purificare tutto me stesso: da “porco” a “perla”.

Il mio corpo era diventato un Inno di umiliazione, un Canto di Miserere.

09 La pecorella ritrovata


"L'empio abbandoni la sua via e l'uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona" (Isaia 55,7).

La paura dei peccati che ho scoperto mi fa disperare, ma la consapevolezza della Sua misericordia mi sostiene e mi fa sperare.

"Ma se il malvagio si ritrae da tutti i peccati che ha commessi e osserva tutti i miei decreti e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà, non morirà. Nessuna delle colpe commesse sarà ricordata, ma vivrà per la giustizia che ha praticata ….io non godo della morte dell'empio, ma che l'empio desista dalla sua condotta e viva" (Ezechiele 18,21-22.33,11).

Più mi faccio coinvolgere dal kerygma e più sento la necessità urgente della Parola del nuovo Pastore: seme di speranza che passa per il mio cuore.

"E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.

Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore" (Giovanni 10,4.11.14-15).

E’ stato tempo di gioia.

Poi è arrivato il momento della pausa di riflessione, la razionalizzazione del Mistero, il sospetto che le parole del Maestro diventassero i chiodi della crocifissione per penetrare le mie carni, il coinvolgimento totale richiesto, mi hanno fatto veramente paura.

"Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene ma non la capacità di attuarlo. Sono uno sventurato! Chi mi libererà?" (Rm 7,15-25).

La fede non era pronta. La strada era imboccata, ma grande il disorientamento.

Così ho trascorso anni di sopravvivenza.

Ho proseguito nella ricerca, ma senza convinzione.

Ho aspettato il dono della fede, la grazia che avevo sempre lamentosamente implorato, sapendo tuttavia che … il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno (Matteo 6,8).

Attesa non proficua.

Ho riscoperto la preghiera: quella essenziale. La preghiera di lode e di ringraziamento, sempre nella fiduciosa attesa di un segno rivelativo.

Il Signore si era scordato di me: certamente, si era scordato della mia piccolezza che solo io sapevo erigere al centro di quell’ universo di “discorso e di fatto” che è il retaggio più spinto di tutte le considerazioni più materialistiche.

La pecorella che si rinasconde e che spera di essere ritrovata!

E’ vero che il Regno di Dio si “è già” realizzato qui nella terra, in particolare per i semplici e gli umili, ma un limite invalicabile lo ha già stabilito: non è per i probabilisti.

Dio non gioca a dadi.

Dio è misericordioso, paziente, lento all’ira, ma pronto a darti tanti scappellotti, se occorre.

Eh già. Alla fine ha preso l’iniziativa ed è intervenuto sul serio: glielo avevo chiesto io!

Il caso era divenuto serio, come diceva padre Von Balthasar.

Il caso ha voluto che prendessi una posizione: seguire prontamente le “Istruzioni circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione” (Ardens Felicitatis 14.9.2000).

Ricominciare è come rinascere.

Ricominciare è credere che la vita si rianima davanti agli occhi senza oscurità.

Ricominciare è sapere che tutto puoi sperare.

Ricominciare è ritornare semplici (bambini).

Ricominciare è costruire ogni attimo il tuo domani.

Ricominciare è dire ancora sì alla vita.

Ricominciare è credere all'Amore e sentire che anche nel dolore l'anima può cantare e non fermarsi mai (Ricominciare, GenRosso).

Ho ricominciato. Non ho rinunciato.

Ho rifatto il balzello.

"Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!" (Matteo 7,13-14)

"Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno" (Luca 13,24).

Ho riconquistato, lentamente e faticosamente, con la mente annebbiata, ma con la limpidezza del cuore, quel glorioso retaggio della Chiesa che 25-30 anni prima (di preciso non so) mi faceva essere membro privilegiato: mi stavo rimpossessando piano piano del senso della comunità e dell’appartenenza al Corpo Mistico.

Punto di partenza impegnativo e aspirazione ideale sublimata dall’attesa parusiaca:

Io non sono

ancora e mai

il Cristo,

ma io sono questa

infinita possibilità

(padre David M.Turoldo)

Questa è stata la retorica di un’anima affaticata e provata a causa degli affanni terreni e delle mancate aspettative celesti.

Ma per recuperare quella posizione privilegiata, irrorata di virtualità cristiana, non bastava il “balzello”: occorreva un passo fermo, deciso, disteso, pesante, calibrato, meditato.

Occorreva sovraccaricarsi pesantemente di quella memoria storica e al tempo stesso celata nelle viscere più profonde del mio animo: congerie rimossa di vituperi eterni.

Il Signore si è addossato il peso della pecorella smarrita?

Ebbene, io mi sono addossato il peso di tutti i miei peccati: mi sono occorsi alcuni giorni per rivisitare quei meandri intricati e nascosti della mia anima, stereotipizzati dall’ineluttabilità delle mie negligenze.

"Quando manifesterò in voi la mia santità,vi raccoglierò da tutta la terra;vi aspergerò con acqua purae sarete purificati da tutte le vostre sozzure e io vi darò uno spirito nuovo" (Ez 36,23-26).

L’urgente necessità di sentirmi perdonato ed accolto, e non più abbandonato, il bisogno catartico di un rinnovamento dello spirito e la speranza nella realizzazione di quel Regno che “già e non ancora” poteva risplendere anche sulle “nebulose” della mia anima, mi ha fortemente spinto alla Riconciliazione.

"A chi rimetterete i peccati saranno rimessi" (Giovanni 20,23).

Il primo atto di volontà che ho dovuto impormi per ripercorrere il cammino della speranza: la piccola via, la via della fiducia e del totale abbandono in Colui che veramente mi ama.

Il mio primo atto di umiltà.

"La preghiera dell’umile penetra le nubi, finchè non sia arrivata, non si contenta; non desiste finchè l’Altissimo non sia intervenuto" (Sir. 35, 17-18).

"Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio ….perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore" (1Cor 27-31).

Ed ho preso coscienza che ciò che conta davanti a Dio non è ciò che appare, ma ciò che sta dentro di me. Il Signore non guarda le apparenze, ma il cuore dell’uomo, e la vera e autentica preghiera è solo quella che sale a Dio da un cuore umile, perché Dio respinge i superbi e accoglie gli umili.

"Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte" (2Cor 12,7-10).

Nel Sacramento della Riconciliazione ho ristabilito la mia presenza nella Chiesa.

In silenzio e anche rispettosamente sono uscito tanti anni fa e con altrettanto rispetto e con rinnovata e più intensa umiltà sono rientrato sempre nella stessa Comunità, ma per la porta principale, a pieni diritti, dopo una catartica umiliazione: conversione, riconciliazione, pentimento.

"Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà" (Giacomo 4,10)

"Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo" (2Pietro 3,8).

"il Signore …annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore" (Sal 85,9-10).

08 La pecorella smarrita - seconda riflessione

"Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci" (Matteo 7,6)

Il mio spirito era ancora arido, parzialmente immerso nella freddezza del materialismo, capace ancora di indifferenza e sempre incapace di pregare. In verità, stavo già umilmente in silenzio davanti a Dio e mi rendevo conto dell’efficacia dell’espressione dantesca Digitus Dei est hic” (De Monarchia, Libro IV). Era il silenzio di chi non sapeva osare, ma che con la sua “presenza” stessa, questa volta veramente voluta e quindi sempre più partecipe, si rendeva inconsapevolmente testimone dell’ ineffabile.

L’evoluzione del “porco” si stava realizzando nel compimento della ricerca di quella “pecorella smarrita” che ora non più tale, ma rintracciabile, si era nascosta timorosa, forse nella speranza ingenua di farsi trovare: non sarebbe diventata mai una “pecora nera”.

"Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore" (Ezechiele 34,23).

Il cambiamento che ha determinato il ritrovamento è stato la conseguenza di una variazione di rotta e di “durata” dell’atteggiamento dell’animo: sei anni di nascondigli e di peregrinazioni, ma sei anni di maturazione e di evoluzione dei miei stati mentali. Gli esseri umani possono cambiare la propria esistenza cambiando atteggiamento mentale (Conversione, Willam James).

Infatti la predisposizione d’animo e l’innata religiosità sono stati determinanti nel proseguimento del percorso della riconciliazione anche se:

"Invano dunque ho conservato puro il mio cuore e ho lavato nell'innocenza le mie mani, poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina" (Salmo 72,13-14).

"Signore, non punirmi nel tuo sdegno, non castigarmi nel tuo furore. Volgiti, Signore, a liberarmi, salvami per la tua misericordia" (Salmo 6,2-5)

Sebbene con il cuore affranto sono riuscito finalmente a far sì che il mio animo si svuotasse del superfluo, e addirittura si auto-purificasse, e nella ricerca disperata di ancoraggi essenziali, ho dovuto individuare quelle pietre d’angolo sulle cui basi ripropormi e ripresentarmi alla ribalta con nuovi meccanismi psicologici e nuove esortazioni volte alla ricerca introspettiva: dentro quel profondo dell’animo dove sono radicati tutti quei valori innati della legge naturale; direi piuttosto della morale cristiana (Veritatis Splendor).

Quel vaso svuotato di Pandora dove grazia e libertà, Dio e uomo si sono incontrati, dove la comunione, l’intimità simboleggiata dalla cena, Lui con noi e noi con Lui, hanno permesso di superare il cerchio ristretto della mia umanità: il piccolo orizzonte.

Un orizzonte chiuso all’altro ma dove l’ Altro non si è stancato mai di riproporsi sia a me che a tutti: Dio sollecita tutti, Dio è misericordioso verso tutti, però verso tutti quelli che lo vogliono, quelli cioè che si aprono a lui con sincerità di cuore.

"Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria. Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio" (Salmo 72,23-28).

Essere cercati o essere trovati? Questo è il problema di fondo.

"Quanto è buono Dio con i giusti, con gli uomini dal cuore puro! Per poco non inciampavano i miei piedi, per un nulla vacillavano i miei passi, perché ho invidiato i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi" (Salmo 72,1-3).

Ed il problema è rimasto irrisolto finché non c’è stata una timida presa di coscienza e di conoscenza, una lentissima trasformazione sofferta e anche apparentemente deteriore: il giusto, che ora incomincia veramente a rendersi conto di essere cercato, si sta rendendo a poco a poco sempre più reperibile finché non avrà finalmente capito di essere un povero peccatore:

"Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi" (1Giovanni 1,10)

"Chi dice: «Lo conosco» e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui" (1Giovanni 2,4).

"Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha reso a suo Figlio" (1Giovanni 5,10).

Il Kerygma (la buona novella) che credevo di essere in grado di realizzare nel mio piccolo, da “single”, non poteva assolutamente passare attraverso quel progetto di vita che mi ero proposto e che avevo seguito nell’ ingenua certezza di poter affermare quei valori socialmente dominanti che avevo riconosciuto come veri. Quanto tempo mi è occorso per riuscire a capire che qualunque valore prevalentemente materialistico è deviante e ci fa percorrere con ingenua sicurezza le autostrade della vita, in un sogno ipnotico che ci distoglie continuamente dai valori di una vita vera, piena, dignitosa, fatta di amore, serenità, solidarietà; ma che ci impedisce, purtroppo, di percorrere quella strada parallela, erta, stretta, ciottolosa e faticosa, nella quale potremmo fare un peculiare “in-contro”: chi saltella “in” quella stretta, deve per forza andare “contro” chi saltella nell’altra. Resta a noi la scelta di fare quel balzello per proseguire “in” fiduciosa attesa verso il finale “incontro” ed ergersi “contro” chi semina affanni.

"Per quanto io ho visto, chi coltiva iniquità, chi semina affanni, li raccoglie" (Giobbe 4,8).

"Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?" (Luca 12,25).

"State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso" (Luca 21,34).

Non esiste sulla terra peggior giusto di chi creda veramente di esserlo.

"Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione" (Luca 15,7)

"… c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte" (Luca 15,10).

Ora mi consideravo un peccatore: finalmente sentivo il bisogno della misericordia di Dio. Prima credevo di essere un giusto e non sentivo la necessità di questa Misericordia; mi arroccavo nel mio piccolo orizzonte irritandomi grandemente con Dio, come Giona (cfr. Giona 4,9): rifiutavo praticamente Dio, che è Misericordia, in nome della “mia” giustizia. Questo è stato il primo passo verso un primo tentativo di timida riconversione: scoprire la tenerezza del volto del Padre, che Gesù è venuto a rivelarci, passando dalla presunzione della mia giustizia alla gioia di esser figlio del Padre. Passando dall’ IO al DIO.

"Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.

Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di Lui un bugiardo e la sua parola non è in noi" (1Giovanni 1,8-10)

E’ qui che ho capito che la gioia del Signore sarà piena soltanto quando anche i “giusti” si convertiranno e che il valore di ognuno di noi, giusto o peccatore che sia, si evidenzia non soltanto nell’ora della perdita, ma anche nel momento dell’ “assenza”. La sofferenza per la perdita anche di un solo uomo ci dimostra quanto grande sia il valore di ognuno di noi e quanto grande è la Sua misericordia.

"Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli…..Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; di esse non ne mancherà neppure una" (Geremia 23,1-4).

07 La pecorella smarrita - prima riflessione

"Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi". (Matteo 7,6)

Mi hanno fatto riflettere molto queste parole perché l’allegoria che ne emerge rispecchia chiaramente il mio comportamento: mi sono immedesimato in questa scena simbolica e, quindi, altamente evocativa, sia come porco che come perla.

"Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto»" (Gen. 3,9-10).

Dio si è ri-proposto anche a me, mi ha ri-sollecitato personalmente, perché Lui è misercordioso, perché Lui fa così con tutti; ma soltanto quelli che hanno un cuore sincero ed una volontà ricettiva si dimostrano grati nell’ accettare di buon animo la Sua offerta, irrinunciabile e a volte irripetibile. Ed io dove sono stato tutto questo tempo, sordo ad ogni suo appello? Dove sono stati rimossi quei buoni propositi di attenta riflessione che mi ero riproposti di fare su quella esperienza nel Santo Sepolcro al tempo stesso atroce e vivificante? Sono rimasti chiusi nel dimenticatoio del mio cuore.

Il mio dramma è iniziato da qui: la mia assenza ingiustificata nonostante la presenza del Signore.

"Ritornate a me con tutto il cuore ….. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all'ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura" (Gioele,12-13).

Essere cercato: che gratificante esperienza potrebbe essere per chi se ne rende conto! Non soltanto il Signore mi ha atteso per tanto tempo, ma mi è venuto a cercare, come una pecorella smarrita. Mi è venuto incontro e oltretutto si è assunto la fatica del cammino per risvegliarmi e distogliermi dalle fatiche della vita.

"Come pecora smarrita vado errando" (Salmo 118,176).

"Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia" (Ez.34,16)

Il mio dramma si fa più minaccioso: non mi sento più perduto e non ho più la necessità di essere cercato. Nonostante la lontananza dal Signore la mia condotta prevalentemente onesta mi ha fatto irrigidire nella posizione di chi si sente in equilibrio con la natura e con la propria coscienza, di chi non sente il bisogno della Misericordia.

La mia insensibilità al messaggio universale di salvezza mi ha fatto diventare simile ad Adamo nella sua arroganza e emulo di Giona nella sua irriducibilità.

"Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap. 3,20).

Ma il Signore non ha desistito e nonostante che tutti quei “segni” disseminati nel mio cammino fossero stati da me ignorati, ben altri segni ha infuso nel mio cuore:

ansietà e insoddisfazione, affannosa ricerca introspettiva, vacuità dei valori etici, riconsiderazione teleologica e personale della vita.

Il dramma si stava auto-rappresentando: era la mia “assenza” che, facilmente e utilmente rimossa, stava riemergendo ai limiti della mia coscienza: scena teatrale dove, sotto l’influsso di un’ineffabile “presenza”, la tristezza si confondeva con la disperazione, dove la razionalità stava lentamente cedendo posto alla ragionevolezza.

Dove però l’aridità del cuore, anche se presentava i primi cedimenti, non mi permetteva ancora di staccarmi da quel rigido materialismo con il quale il “signore del mondo” ha invischiato ogni umana creatura.

"Vedendoli però tutti affaticati nel remare, poiché avevano il vento contrario, …. andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. …. Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma», e cominciarono a gridare, …«Coraggio, sono io, non temete!» …. Ed erano enormemente stupiti in se stessi, perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito" (Marco 6,48-52).

Tutto è stato superato con una progressiva azione di fiducioso abbandono cha andava via via realizzandosi nella totale fiducia nel Signore, abbassando il livello troppo alto della mia razionalità, riducendo drasticamente l’arroganza adamitica, chiudendo quell’occhio che non vedeva la “trave”: mi sono affidato a Gesù offrendogli la mia piccolezza.

Una disperazione costruttiva. Ho gettato la spugna; ho ricominciato daccapo.

Ho permesso che il Signore svuotasse tutto di me stesso: il mio orgoglio, le mie vanità, le mie sicurezze materiali, le vane fortificazioni dell’ io edificate su basi cedevoli "… simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia" (Matteo 7,26).

Mi stavo preparando lentamente e umilmente, seppure con titubanza, ad accogliere la “lieta novella”.

"Non leggo nella Bibbia che Dio si sia riposato quando creò il cielo e la terra; si è riposato quando creò l'uomo, perché finalmente aveva trovato uno cui potesse perdonare" (S.Ambrogio, Exam.).