"E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Giovanni 1,14).
Leggendo un testo, non mi ricordo né quale né di chi, mi colpì molto una frase che parlava della vittoria della Misericordia sulle miserie umane e questa mi rimandò immediatamente ai Pensieri di Blaise Pascal che avevo dimenticato ormai da una vita:
"La grandezza dell'uomo è così evidente che si ricava perfino dalla sua miseria, perché quello che per gli animali è la natura, nell'uomo lo chiamiamo miseria; da ciò riconosciamo che, se oggi la sua natura è simile a quella degli animali, egli è decaduto da una natura migliore che un tempo era la sua.
Ciò che fa grande la grandezza umana è che si riconosce miserabile
Riconoscersi miserabili significa dunque essere miserabili, ma riconoscersi miserabili significa essere grandi.
Anche tutte quelle miserie provano la sua grandezza. Sono miserie da gran signore".
Il passaggio da queste considerazioni al peccato originale è stato breve.
Adam, l’uomo, il protetto nell’edenica bambagia che si stanca della sua remissività e si rende conto che può fare appello al suo senso “risvegliato” di libertà, osa escludere il Signore dal suo raggio d’azione: lui è il primo bestemmiatore dello Spirito Santo, il coniatore dell’ aversio a Deo, con piena consapevolezza, sosta nella via del Signore per meditare sull’inversione di marcia che gli viene proposta in alternativa e decide di troncare il rapporto col Signore. Il primo peccato di superbia e di arroganza commesso dall’uomo con deliberata decisione di disubbidienza: "diventereste come Dio conoscendo il bene e il male" (Genesi 3,5)
Un peccato da grande signore: da paràbasis ad asebèia.
Dalla trasgressione ricercata alla più abietta empietà.
Un peccato irreversibile, il primo dei peccati veri: i letalia agostiniani.
La dignità umana si erge maestosa sulle miserie a tutto campo: la sofferenza è il prezzo della libertà, del libero arbitrio, di quella capacità decisionale che il Signore non aveva offerto all’uomo per burla, ma per vedere dove arrivava la padronanza di se stesso, il suo coraggio, la sua determinazione ed ancora la sua testardaggine: sicuramente alla riedita figura del Sisifo eroe che, incurante di ogni significante ridondamento, riafferma la sua vocazione materialistica della vita per la vita, ad libitum.
"Audere semper" è ciò che ci permette il Signore: la libertà di soccombere sotto l'aspirazione al potere, di cadere sotto il peso delle tentazioni. Quella libertà che ha fatto costruire il vitello d'oro agli ebrei affascinati dai culti sessuali della fertilità, quella stessa libertà, però, che ha permesso al Dio-uomo di scegliere di rimanere uomo-tra-uomini, misero-tra-miseri, superando le tentazioni, per insegnare che
"non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Matteo 4,4).
E così, il Signore come poteva, nella sua misericordia infinita, non premiare tanta audacia!
Nel Suo infinito Amore, come poteva il Signore abbandonare quella figura prometeica che continuava a superare giornalmente con il suo dolore ancora la soglia del sacro e del profano: tragedia quotidiana da cui emergeva ininterrottamente il memoriale dell’ eroica sfida umana che si esprimeva, così come oggi, in quel percorso irto di difficoltà che deve essere imboccato per la ricerca di quell’emancipazione dall’ autorità, paterna o di che altro si tratti, che sola può dare valore alla dignità umana.
Ed il Verbo si fece carne e si addossò tutte quelle colpe, quei fallimenti, quei peccati che non potevano essere altro che miserie da grande signore: un lavacro di sangue che ha cancellato con un solo colpo di spugna la pena umana eterna. L’umiltà di Gesù e il suo salvifico dolore tracciarono definitivamente la strada della riconciliazione. E l’uomo ha saputo cogliere quest’occasione perché il suo animo ferito, la sua dignità calpestata dall’ altro-stesso, il mancato raggiungimento del fine teleologico della vita, il fallimento dell’economia materialistica, lo hanno irrimediabilmente logorato. Non poteva mancare a quell’appuntamento che si è realizzato nel “già e non ancora”, nell’avvento del Regno e si sta realizzando tuttora nel corso della storia del mondo: Il Verbo è entrato nella storia, l’ha assunta in sé per obbedienza al Padre, fedele nell’Amore, incurante delle prevaricazioni dell’umanità.
E l’uomo, nella sua nuova grandezza, nell’umiltà più rigorosa, ha saputo ricostruire una nuova immagine di “sposa” sulle rovine di quella figura di “rottura” personificata da Eva.
"Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.
Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna" (Gen 2,24-25)
erigendo quel sublime monumento di spontanea adesione alla divinità: la Chiesa terrena, la nuova figura di Madre-Sposa, la ricostruzione di una nuova famiglia terrena che sappia riconquistare la grazia santificante.
"Crediderat Eva serpenti, credidit Maria Gabrieli" (De carne Christi, Tertulliano).
La Madre-Maestra, profetica predicatrice, auto-purificantesi, testimone della Parola e depositaria dei “segni” della riconciliazione.
E’ un grande signore l’uomo quando ha il coraggio di confessare le sue colpe, perché prima di renderle “pubbliche” le ha individuate con grande pena nella profondità della propria anima, perché ciò significa che ha tuttora la facoltà della consapevolezza del senso del peccato.
"Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di Te" (Luca 15,18)
"Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa" (1Giovanni 1,9).
"Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa" (1Giovanni 3,19-20).
"Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi" (Salmo 50,5).
Perché ora sa che senza Dio non c’è speranza e soltanto il senso di Dio può dare senso alla sua vita e può permettere di riappropriarsi di quella coscienza morale senza la quale ogni frattura dell’animo porta inevitabilmente a fermenti mortali.
Nessun commento:
Posta un commento