"Fa’ ritorno all'Altissimo e volta le spalle all'ingiustizia; detesta interamente l'iniquità" (Sir 17,21).
Quella stradina erta e stretta che sembrava parallela alla via della vita, in realtà andava in tutt’altra direzione. C’era una svolta inattesa, un’inversione di rotta che sola mi avrebbe portato all’appuntamento finale dove mi sarei riconciliato con la Chiesa celeste.
"Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà" (Giacomo 4,10).
Qui si è compiuta definitivamente la trasfigurazione allegorica e personale del “porco” in “pecorella smarrita”, poi in “pecorella ritrovata” e, finalmente, in “perla”.
Qui è stata soddisfatta la nostalgica speranza di ritorno alla comunione ecclesiale e si è finalmente realizzata quella risolutezza insperata e quell’ardore coraggioso che hanno contribuito alla denarcotizzazione della mia coscienza: il fermento di morte insito nella frammentazione della coscienza, distolta e dissolta dal peccato, si è sinergicamente trasformato, grazie alla sofferta conversione, in una capacità timidamente percettiva del senso ritrovato della vita e dei fondamenti di una riconquistata moralità.
Insomma, sono riuscito dopo trent’anni a scoprire l’acqua calda: il vero peccato dell’uomo che onestamente si ritiene un “giusto” si estrinseca proprio nella perdita del “senso del peccato”; così come la più grande astuzia del maligno è quella di farci credere che il male, nella sua personificazione, non esiste.
Ed una volta compreso che l’amore è più potente del peccato e più forte della morte, l’unica possibilità che mi rimaneva per superare il passaggio da pecorella “smarrita” a “ritrovata” era ormai l’acquisita convinzione che quell’amore dovevo meritarlo.
Non c’era via di scampo. Il bivio al quale la mia ricerca mi aveva portato, ormai non mi presentava più alternative: si era definitivamente trasformato in un nuovo senso di marcia. Sia che mi considerassi come il figlio prodigo, assente e poi presente, che come il fratello maggiore, presente e poi assente, non potevo imboccare che una sola strada, per portare a compimento quel percorso, controverso e paradigmatico, ormai indelebilmente tracciato nel mio animo: quella della riconciliazione. Sia che mi considerassi ancora un giusto che un povero peccatore, l’unico passo da fare era la confessione: una autentica, profonda, sofferta confessione anche di quei peccati che potevano sembrare apparentemente dimenticati.
Come figlio prodigo nell’ansia spasmodica della mia riconversione, nella richiesta attenta del perdono, nell’aspettativa del riconoscimento filiale, dell’abbraccio misericordioso.
Come figlio maggiore, perché ho sempre considerato la superficiale correttezza del mio comportamento come modello valido su cui misurare i valori morali della mia vita: un figlio sempre presente, almeno fisicamente, e nell’osservanza acritica della morale sociale consolidata, ma che, nonostante la sicurezza di me stesso e il riconoscimento dei miei meriti, ho sempre inconsciamente sofferto, come Giona, della benevola elargizione misericordiosa e della pietosa indulgenza che il Signore ha sempre riservato a chi, secondo il mio metro, non lo meritava.
Pentimento, riscatto, riabilitazione non potevano essere bypassati né da un figlio peccatore pentito, né da un figlio inconsapevole e immeritatamente privilegiato.
Ora non avevo più né dubbi né scuse: era arrivato il momento fatidico della mia personale rivelazione: figlio prodigo irriconoscente, figlio amato irriconoscente, figlio perduto e ritrovato, riconoscente.
Non era più tempo di omertà: ho aggredito il confessore con il mio dolore.
La vergogna, la mirata umiliazione e la ricercata espiazione manifestate davanti al “pastore” terreno e subite simultaneamente erano la conseguenza esasperata di una indagine interiore durata settimane, faticosa e implacabile che mi sono forzato a svolgere nel setacciamento dei meandri del mio animo, al vaglio di una nuova visione della vita e alla luce di nuovi parametri di valutazione della morale ritrovata.
Ritorno nel passato.
Intraprendere a cuore non leggero un esame di coscienza che copra un arco di vita di 25 anni, è un’impresa veramente ostica e mette a dura prova il carattere e la sincerità della persona.
Dopo il primo tragico impatto, che descriverò in seguito, i peccati mi uscivano dal cuore fluidamente e via via che lo stimolo di purificazione si faceva intenso e deciso, più mi sentivo leggero.
La confessione ha reso finalmente il mio animo limpido e leggibile, con occhi nuovi su un animo nuovo, come un libro aperto. Non occorreva più nessuna capziosa decodificazione per capire il bene e il male. La Veritatis Splendor mi bastava, ormai.
Ritorno dal passato.
Ero ormai un semplice timorato di Dio, come “quello” di una vita fa.
L’impatto.
Davanti a quello sconosciuto pastore di anime che il destino ha voluto affrontassi de visu in un confessionale aperto, il cuore ha cominciato a fibrillare: non perché avessi vergogna di lui, ma perché ne avevo tanta di me! Mi batteva così forte che sembrava uscisse dal costato, come se una mano invisibile volesse estirparmelo per incominciare drasticamente a purificare il mio corpo dal di dentro.
Il sudore freddo e il pianto sommesso, liberatorio, la passione, il dolore del pentimento, l’aspettativa del perdono o del rifiuto, mi hanno svuotato la mente e mi sono sentito tutt’uno con “quello” che era stato già là nel Santo Sepolcro, abbandonato, per pochi minuti che erano una eternità
" … davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo" (2Pietro 3,8)
nella più totale disperazione. La stessa gelida e convulsa sensazione. Il dolore psico-fisico di quei pochi minuti si ricollegava così fortemente e saldamente a quello rievocato della Sacra Nicchia da formare una sensazione sinergicamente più forte e progressivamente più acuta.
Ho rivissuto quel momento, quella durata di tempo, fatta di frammenti di anima, accumulando strazio su strazio: memoriale di una passione che si rinnova in eterno.
Tutto il mio corpo piangeva sotto una pioggia di emozioni indefinibili, ma fortemente dissolventi: si stava verificando uno sdoppiamento della mia personalità che stava scomparendo e ricomparendo, come nella fase dello specchio, lo schermo dove ombre di nuove immagini si stavano accavallando, accoppiando all’evanescenza in atto la graduale comparsa di altre immagini e ricomponendomi specularmente, come in un incubo.
Ero ombra di me stesso che scivolava vischiosa in un mondo di tenebre in un pallido alone di grigiore sotto un unico sbiadito raggio di luce: come una conchiglia violata con un oggetto esterno.
Il calore umano mi si gelava addosso. Era un calore impuro; mi sentivo fasciato come da una coltre di nebbia (velo di Maya?) che mi isolava dal contesto per non permettermi di contaminare la sacra nicchia.
Ero stremato, madido di un sudore freddo che mi faceva venire la pelle d’oca.
Non ero teso, ma passivo, inerme, in preda alle palpitazioni e irrorato da lacrime convulse che mi graffiavano il volto.
Non ero né morto né vivo, ma neppure indifferente.
Ero lo spettatore di me stesso.
Tutto il mio corpo, anzi la mia anima, era come un corpo estraneo, insinuatosi casualmente in quel sacro luogo, attaccato come da degli “antigeni” in agguato.
Mi si cristallizzava attorno una nuova epidermide per occultarmi: l‘indegno.
Involuto in me stesso, trasudavo, come brina gelida: vergogna, angoscia, delirante pentimento.
Io deturpavo con la mia presenza improvvisa, dopo tutte le assenze ingiustificate di tutta una vita, un luogo sacro.
Lì non c’era posto per il male e per nessun contenitore del male: nessun vaso di Pandora.
Il lamento del mio involucro esteriore, l’umore purificatore che usciva dall’ empietà materica, mi ha fatto sentire crisalide di me stesso.
L’intruso. Il precluso. Il paria. L’immondo. Il corpo da depurare
Lo scioglimento del gelo del cuore, come dissolvimento di un corpo impuro,
mi ha fatto subire una trasfigurazione.
Il pianto, il sudore, gli umori della passione, le scorie di una vita senza senso, mi si sono cristallizzati addosso per purificare tutto me stesso: da “porco” a “perla”.
Il mio corpo era diventato un Inno di umiliazione, un Canto di Miserere.
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