Ci sono molti "luoghi del dolore" in questo triste mondo, il più penetrante dei quali è sicuramente quello di Auschwitz-Birkenau. Qui, una volta entrati e superata la soglia sovrastata dall'insegna "arbeit macht frei", dopo un primo impatto quasi asettico, l'immersione psicologica nella Geenna polacca si fa via via più acuta fino a diventare disastrosa per qualsiasi persona sensibile: non si può fare a meno di tracollare sotto il peso del pianto irrefrenabile provocato dalla stereotipizzante quantità di materiale raccolto in memoria dello sterminio.
Nel Santo Sepolcro l'impatto è stato differente.
Sono entrato con deferenza mista a curiosità, per inchinarmi nel luogo del sacrificio e per ossequiare il protagonista di quell' evento straordinario, sicuramente ragionevole anche se non storicamente dimostrabile, che viene celebrato come il "mistero" da un miliardo di persone. La compostezza era doverosa anche per un miscredente o per qualsiasi semi-eretico come me, infettato di arianesimo, ma la preparazione all'impatto era improntata soprattutto ad una superficiale aspettativa, derivante dal dubbio più radicato: cioè dalla mancanza di fede.
La precedente Comunione, che sembrava mi avesse purificato nel momento in cui mi ero fiduciosamente abbandonato con intenzionale ingenuità, non era stata sufficiente per completare quel quadro di risanamento morale e spirituale in cui avevo ben sperato. La posizione dello spettatore disinteressato durante tutti i rituali cristiani era dunque riuscita ad annichilire quella sensazione che era stata da me ingenuamente scambiata per una ineffabile, intima e irresistibile attrazione della Comunione ed aveva prevalso definitivamente sull' emotiva e benefica partecipazione alla Messa.
Non c'era più bisogno di nessun "deus ex machina".
Sono entrato da semplice turista e spettatore, senza nessuna recondita aspettativa, senza quella preparazione spirituale che sarebbe stata doverosa per qualunque cristiano. Serenamente, con animo pacato e rispettoso, senza neppure una preghiera a fior di labbra, direi sportivamente, sono entrato nel Sepolcro, anche se chinato fino quasi a terra perché altrimenti non si potrebbe passare.
Nel momento in cui mi sono rialzato ed ho confusamente dato un'occhiata per individuare il "luogo" da osservare, sono improvvisamente caduto in ginocchio nel "luogo" dove avrei dovuto da subito inginocchiarmi ed ho avvertito una profonda incomunicabile sensazione di "dolore".
Qui ho pianto, ma non era commozione.
Non mi ricordo cos'era.
Ma non era compassione.
Non mi ricordo se era veramente dolore.
Ma era sicuramente con-passione.
Come faccio a dirlo?
Potrei rappresentarmelo forse con le stesse figure retoriche che usavano i mistici per esprimere le loro sensazioni iniziatiche: luce intensa.
Qui allora c'era soltanto il buio più intenso. E' qui che ho conosciuto le tenebre.
I santi entravano in estasi? Ecco, io sono sprofondato allora nella vischiosità del dolore più profondo.
Altro che Cantico dei Cantici: il mio è stato il Lamento dei Lamenti.
Se fossi uno scrittore saprei ben esprimere questo dolore anche se con termini ridondanti, scontati, ricchi di pathos e sfacciatamente lirici; ma essendo un "semplice" non posso far altro che tentare di comunicare questa esperienza con "semplici" esempi.
Insomma, è stato come se improvvisamente fossero morte le persone a me più care, tutte insieme: solo io ero rimasto: "abbandonato".
L' ekènosi più assoluta. Il vuoto più totale. Forse una, se pur infinitesimale, sensazione di ciò che può lontanamente aver provato il figlio dell'uomo quando spogliò se stesso, si svuotò (exinanivit) ... "umiliò se stesso, facendosi obbediente fino ... alla morte di croce" (Fil 2,8).
Ora forse lo so: ho intonato silenziosamente il Cantico dell' Umiliazione, dell' Abbandono: il mio "introito" personale e inconscio, il mio "amore con-senso" al Dramma della sofferenza. Ho singhiozzato convulsamente (ho urlato!) assaporando quella Sapienza della Croce che, unica, ci potrà portare forse a gustare la sofferenza per la consolazione dello spirito.
Sono considerazioni a posteriori che non esprimono la pena, il pianto, l'orrore della solitudine di pochi minuti di … eternità.
Non so quanto tempo sono rimasto lì. Mi ricordo che mia moglie mi aspettava rattristata perché non mi vedeva uscire e si immaginava (sicuramente udiva) che qualcosa stava succedendo.
Il risveglio è stato catartico: il sereno dopo il turbamento.
Ho concluso un buono pellegrinaggio. Purtroppo, anche se mi ero ripromesso di riflettere attentamente su questa feconda esperienza, il tempo non è stato galantuomo nei miei confronti!
Tuttavia, la mano del Signore era già su di me "... ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai" (Gen 28,15) ed io ormai stavo davanti a Lui: "... per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto" (1Re 17,1).
Con in una mano una spada e nell'altra una spugna, mi ha aspettato, Padre misericordioso.
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